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Nuovo Portale Esteri Cult. La promozione culturale passa attraverso internet

Il Ministero degli Affari Esteri con la Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione culturale, ha presentato una nuova piattaforma editoriale collaborativa dedicata alla promozione della lingua e della cultura italiana all’estero, denominato “EsteriCult”. www.estericult.it è una piattaforma flessibile e aperta a contributi esterni realizzata utilizzando modalità operative sperimentate con successo da Wikipedia, Facebook e Youtube. L’intenzione  è quella di creare un luogo di incontro tra istituzioni o singoli utenti, interessati a promuovere la cultura italiana e la lingua italiana, offrendo in condivisione contenuti originali, traduzioni in lingue straniere e commenti. “Estericult” è coordinato dal Ministero degli Affari Esteri con la collaborazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Ministero dell’Università e della Ricerca, delle istituzioni che fanno parte della Commissione Nazionale Cultura: la RAI, il CNR, la Società Dante Alighieri, le Università per Stranieri di Perugia, Siena e Reggio Calabria, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e la Rete degli Istituti di Cultura e delle Ambasciate. Quest’oggi la presentazione ufficiale della piattaforma proprio presso il Rettorato dell’Università per Straneri di Reggio Calabria, dove unitamente al Magnifico Rettore Salvatore Berlingò, si è registrata la presenza del responsabile del progetto, il Ministro Plenipotenziario Antonio Morabito che ha illustrato le prerogative del progetto “EsteriCult” sottolineando l’importanza strategica che il portale stesso ha proprio nell’ottica della promozione linguistica e culturale italiana. Target principale a cui è rivolto il progetto, la grande popolazione straniera che annualmente, e con particolare intensità nei periodi estivi, giunge nel nostro paese per conoscere, la lingua, la cultura e l’arte italiana.

An.Mor.

Le Foto dell’arresto di Giovanni Strangio e Francesco Romeo

E se spostassero il G8 a Reggio Calabria?

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Chissà cosa farà adesso il “buon” Scopelliti, con questa brutta grana che gli ha messo in casa il suo stesso partito.

Neppure un anno fa, quando il Kouros di Reggio Calabria, la testa di Medma, e uno fra il relitto di Porticello e la testa di Basilea dovevano partire alla volta di Mantova, per una mostra sull’arte greca in Italia, e che prevedeva la presenza di pezzi unici al mondo, come il satiro di Mazara del Vallo, o L’Efebo di Mozia, il “buon Peppe” si arrabbiò molto.

Si arrabbiò cosi tanto da “mandare” in difesa dei reperti reggini tutta la giunta comunale e gran parte della maggioranza in consiglio. E giù, camion fermi per giorni interi, in attesa che i Mantovani, ci prestassero qualcosa pure a noi.

La chiamavano reciprocità.

Oggi che i Bronzi di Riace, il “sardino Berlusconi” li vorrebbe alla Maddalena in occasione del G8, invece, non pare particolarmente arrabbiato. Eppure da quel mega discorso alla popolazione accorsa a palazzo Piacentini per ascoltare le decisioni “irrevocabili” di mister 70% non è passato poi tanto tempo.

Il “buon Peppe” è preoccupato. Preoccupato perché non sa cosa fare. O meglio, sa già cosa farà, ma non sa come comunicarlo ai cittadini.

Quasi certamente i Bronzi di Riace andranno a fare bella mostra di se all’isola della Maddalena. Cosi che Sarkozy, Obama, la Merkel e chi più ne ha più ne metta potranno ammirare la loro straordinaria bellezza.

Ma andiamo per gradi.

Tutto comincia quando mister 70% ancora bazzicava in consiglio regionale. Nel 2002 il “buon Peppe” era ancora assessore regionale alla formazione, quando l’ex Governatore Chiaravalloti, propose in consiglio una delibera per clonare le statue di Riace. La cosa strana è che in quella sede, tutti votarono a favore, e il “buon Peppe” si limitò ad astenersi.

Poi, quando poco dopo abbandonò la carica di assessore regionale per accomodarsi sulla poltrona di primo cittadino, accolse con favore il referendum che manifestava ampiamente la volontà dei cittadini reggini. I Bronzi di Riace non solo non si spostano da qui, ma neppure ve li facciamo clonare per mandare in giro le copie. Gentili si, Fissa no.

Da allora non se ne sentì più parlare. Fino a oggi. Ora la palla più che a mister 70% passa nelle mani di Sandro Bondi, “ministro” (si fa per dire) per i beni e le attività culturali. È lui che deciderà. Perché fondamentalmente nessun reperto custodito all’interno del museo di Reggio Calabria, appartiene al Comune. Tranne i reperti della collezione civica che sono dell’amministrazione comunale. Tutto il resto, bronzi compresi, è proprietà dello Stato. Quindi, secondo un semplice ragionamento:

1- il Presidente del Consiglio ha espresso il desiderio di avere i bronzi di Riace all’isola della Maddalena per il G8.

2- Il ministro Bondi, nominato dal presidente del consiglio, che ha pubblicamente detto che vorrebbè essere seppellito nel mausoleo della villa del premier, con molta naturalezza se ne sbatterà dei pareri scientifici che sconsigliano vivamente di spostare dalla sede attuale le due statue, per evidenti e difficilmente risolvibili problemi di fragilità. Senza troppi problemi il ministro accetterà la richiesta del premier.

RISULTATO.

I bronzi andranno al G8.

In chiusura alcuni dati sulle statue.

I bronzi di Riace, sono statue del quinto secolo a.c., hanno subito due restauri particolarmente lunghi e impegnativi. Sono gli unici esemplari in coppia di statue di bronzo di epoca greca, tutte le altre dallo Zeus di Atene, all’auriga di Mozia, sono statue singole, e non sono conservate come le due statue di Riace. La lamina di bronzo e spessa non oltre i 5 millimetri. Per conservarsi in condizioni standard i bronzi hanno bisogno di una temperatura fredda e secca, per 24 ore al giorno, per 7 giorni su 7. Fondamentalmente i Bronzi di Riace non hanno prezzo. Sono unici.

Ora la palla passa a chi si assumerà la responsabilità di spostare dalla sede attuale due opere d’arte di questa portata. Con cosi tanti problemi da affrontare. Con il rischio che si possano danneggiare irrimediabilmente.

Il “buon Peppe” ora non può fare altro che negoziare con il ministro Bondi, e con il premier le migliori condizioni possibili, sia in termini economici che di privilegi. L’unica cosa che si spera gli possano concedere per il prestito di due opere inestimabili.

In alternativa, il sindaco Scopelliti, può giocare la carta a sorpresa.

Trasferite il G8 a Reggio Calabria.

An.Mor

Gioia Tauro Godfather

Esiste un posto, chiamato Gioia Tauro. Questo posto ricade in un territorio che quasi totalmente risulta essere pianeggiante. E’ una cittadina discretamente ben fatta. Insomma un piccolo centro come ne possono esistere miliardi nel mondo, soprattutto nel meridione di un paese che l’unità nazionale la conosce più che altro come un capitolo, per altro poco interessante, dei libri di storia. In questa cittadina, succede che nasca, cresca e maturi, una famiglia particolare, che per molti tratti, come riportato ampiamente dai giornali, ricorda una famiglia particolarmente conosciuta. La storia dei Piromalli di Gioia Tauro, è ciò che nell’immaginario e nella sostanza più si avvicina al famoso libro di Mario Puzo, “the Godfather”. Gli arresti, che soltanto ieri, hanno visto finire in manette oltre a esponenti di spicco del clan dei Piromalli, tra cui, il più anziano Gioacchino, 74 anni che, da quando i suoi fratelli sono ristretti in alcune carceri italiane, regge i fili del gioco. Succede anche che questo anziano “signore“, riesca a fare il sindaco del piccolo centro di Gioia Tauro, senza mai aver preso un voto, senza mai essersi candidato, eppure, i suoi concittadini, se hanno una necessita, un bisogno, una richiesta, si rivolgono a lui. Come don Alfonso Annunziata, titolare di un grosso centro commerciale, che si può scorgere anche dalla mulattiera Salerno Reggio Calabria. Don Alfonso Annunziata, già condannato a 2 anni di reclusione, nell’ambito del processo “Tirreno”, voleva a tutti i costi che il nuovo svincolo autostradale di Gioia Tauro, ricadesse, come quello attuale, nelle immediate vicinanze del suo centro commerciale. E siccome don Alfonso, è persona “gradita” ai Piromalli, il problema non si pone. Don Gioacchino, si prodiga infatti, a perorare la causa dell’imprenditore. E miracolosamente, l’amministrazione comunale di Gioia Tauro, si prodiga a sua volta a far variare il progetto originario dello svincolo. Altro che perdere tempo tra procure, commissariati, o uffici di vario genere. Basta rivolgersi al “Sindaco” Piromalli Gioacchino, anni 74. E allora, quando in una cittadina come Gioia Tauro, ricadente nella zona pianeggiante di cui sopra e che alla stessa piana presta il nome, che a sua volta ricade in una provincia come quella di Reggio Calabria, e il cui consiglio comunale è stato più volte sciolto per infiltrazione mafiosa (l’ultima volta accadde il 22 aprile del 2008, la prima nel lontano 1991), beh, quando in un comune del genere si arriva tramite attività investigativa classica, e non, ad arrestare il sindaco, il vicesindaco, e il sindaco di un altro comune, perdonatemi se grido, al sensazionale. Sensazionale perchè parto dal presupposto che, se si inizia a colpire il livello politico, colluso con la criminalità organizzata, se non si distrugge totalmente lo strapotere dell’antistato, comunque gli si toglie una fetta rilevantissima dello stesso potere di cui sopra. Se si riesce a ridimensionare i rapporti tra politica e ndrangheta, a mio parere, si può davvero mettere la partita in favore delle autorità giudiziarie, nel tentativo di riconsegnare dignità alla società civile. Il fatto oggetto di contestazione nei confronti di:

Giorgio Dal Torrione, (da ieri detenuto. Ex Sindaco del comune di Gioia Tauro anche al momento dello scioglimento da parte del viminale)

Rosario Schiavone, (da ieri detenuto. Già vice di Dal Torrione GIorgio)

Carlo Martelli, ( da ieri detenuto. Sindaco del comune di Rosarno al momento dell’arresto)

Sono di quelli che, se sei realmente una persona perbene, non ti farebbero dormire più per un solo minuto della vita che ti resta. Concorso esterno in associazione mafiosa, “ per aver compiuto un atto non di loro competenza per un tipo di reato non previsto dalla legge”. Insomma, i fatti contestatigli non sono roba di poco conto. E non lo dice un cazzaro qualunque, (vedi il sottoscritto) ma lo affermano Pubblici Ministeri, Procuratori della Repubblica, ed esponenti di primo piano delle forze dell’ordine. Dal Torrione, scrivono i giudici: “in qualità di sindaco del comune di Gioia Tauro, costituiva uno stabile punto di riferimento per il sodalizio mafioso per il soddisfacimento dei suoi interessi e scopi, ……… concorreva al perseguimento degli scopi della ndrina (Piromalli)”. Gli inquirenti dipingono Giorgio Dal Torrione come: << uno dei più insidiosi e pericolosi tra quei tristi personaggi della politica>>. Dal Torrione è pericoloso, secondo la DDA di Reggio Calabria, << perchè ha tentato di mascherarsi da campione dell’antimafia a parole, osando persino avvicinarsi e sedersi accanto ai magistrati della DDA, mentre nei fatti operava per il crimine organizzato>>. A Dal Torrione Giorgio, Schiavone Rosario e Martelli Carlo, viene contestato il fatto che: a seguito della condanna rimediata da Piromalli Gioacchino, classe 69, alias “l’avvocato”, condannato nell’ambito del processo “Porto”, essendo impossibilitato a pagare in solido la pena pecuniaria dovuta alle amministrazioni costituitesi parti civili (comune di Gioia Taudo, Comune di Rosarno e Provincia di Reggio Calabria), quantificata in 10 milioni di euro ciascuna, presentava istanza nei confronti dei già citati enti in cui esprimeva la volontà di ripagare il danno in prestazioni professionali. Ora, la sottile linea che separa il danno, la beffa e a volte anche il paradosso da queste parti è molto labile. Giova ricordare però, che il “rampollo” di casa Piromalli, veniva condannato ai sensi dell’articolo 416 bis del codice di procedura penale, per associazione per delinquere di stampo mafioso, e veniva altresì condannato alla pena risarcitoria dei 10 milioni di euro cadauno, nei confronti delle amministrazioni comunali di Gioia Tauro, di Rosarno, di San Ferdinando e dell’amministrazione provinciale di Reggio Calabria, costituitesi parti civili nell’ambito del processo ” Porto “, poichè: << lese ed offese dall’attività di oppressione, infiltrazione, manipolazione, intimidazione  e sfruttamento mafioso condotto dalle cosche Piromalli-Molè-Bellocco, in relazione alle attività imprenditoriali, connesse allo sfruttamento economico del porto di Gioia Tauro”. Perdonatemi un altra digressione storica.  “Il Porto di Gioia Tauro, è il più grande terminal per transhipment del Mediterraneo. Il porto, fin dalla sua nascita fu tenuto sotto controllo dalle cosche Piromalli e Molè. É un centro di arrivo fondamentale per la ‘ndrangheta calabrese per il traffico di droga internazionale. Nell’Operazione Decollo, dalle forze dell’ordine fu rivelato un traffico di sostanze stupefacenti che andava dall’Europa all’Sud America all’Australia e ogni anno vengono sequestrate ingenti quantità di droga. Il porto è anche crocevia di merci contraffatte di vario genere. Secondo una relazione del 2006, gli investigatori stimano che l’ 80% della cocaina in Europa arrivi dalla Colombia via Gioia Tauro. Il porto è anche coinvolto nel traffico illegale di armi. Il clan Piromalli è riuscito a condizionare la gestione del nuovo terminal container. Costruito nella metà degli anni 1990, divenne il più grande terminale del bacino del Mediterraneo, si spostano più di 2 milioni di container l’anno. Dal 1994, quando Contship Italia affittò l’area portuale per avviare l’attività di trasbordo e la Medcenter Container Terminal è stata creata, grazie a 138 miliardi di lire del finanziamento statale, i Piromalli hanno obbligato la società Medcenter, a pagare un kickback in dollari statunitensi di $ 1,50 per ogni container. Una somma che corrispondeva a circa la metà dei profitti netti acquisiti dalle due società. Nel febbraio 2008 la Commissione Parlamentare Antimafia ha concluso che: << la ‘ndrangheta “controlla e influenza gran parte dell’attività economica intorno al porto e utilizza l’impianto come base per il traffico illegale”>>. Nella relazione è scritto anche che: “l’intera gamma di attività, interne o in subappalto è influenzata dalle cosche Piromalli-Molè-Bellocco, confederate per l’occasione. Controllano tutto. Dalla gestione della distribuzione e della trasmissione al controllo doganale e contenitori di stoccaggio e ancora,  il controllo delle attività legate al porto, l’assunzione di lavoratori, e le relazioni con i sindacati e le istituzioni locali “. “E’ effettivamente eliminata la concorrenza di società non controllate o influenzate dalla mafia nella fornitura di beni e servizi, di lavori di costruzione e di assunzione di personale.”

1 dollaro e mezzo per ogni container in arrivo. Dal 1995 al 2006 il porto di Gioia Tauro ha movimentato una cosa come 26 milioni 958 mila 686 container. Moltiplicati per 1 dollaro e mezzo fanno 40 milioni 438 mila 029 dollari. Quarantamilioniquattrocentotrentottomilaventinove $$$$ di dollari statunitensi. Spalmati in 10 anni. Forse mi sono allontanato troppo dal principio ispiratore del post, però la faccenda merita attenzione. Comunque dicevamo. Gioacchino Piromalli, “l’avvocato” viene condannato nell’ambito del processo “Porto” per associazione mafiosa. Sconta la pena e deve risarcire le parti civili per 10 milioni di euro ciascuna. Riesce a dimostrare di non poter far fronte alla spesa, e si offre di ripagare le parti civili, in prestazioni professionali. La cronologia degli eventi segue da quel momento il seguente corso. Prima il Tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria emetteva in data 25.10.2006 un provvedimento in cui chiedeva alle persone offese, la loro volontà circa la proposta presentata allo stesso tribunale dal Piromalli. Insomma il Tribunale di Sorveglianza di Reggio chiede ai comuni di Gioia Tauro, e Rosarno se, per caso, hanno intenzione di accettare la proposta di un condannato per associazione mafiosa, in un procedimento nel quale si sono costituiti parte civile, poiché lese ed offese dall’azione criminale della cosca di cui il condannato risulta essere il rampollo. E già qui ci sarebbe da ridire sul fatto stesso che il Tribunale di Sorveglianza chiede alle parti civili se intendono far entrare a “casa loro” quello stesso “losco figuro” a cui hanno chiesto i danni, e se soprattutto intendono far venire a conoscenza del “losco figuro” di cui sopra la totalità della documentazione legale, amministrativa e deliberativa delle amministrazioni. Ma andiamo avanti. Le parti civili, configurate nei comuni di Gioia Tauro e Rosarno, sempre lese ed offese dall’azione criminale dei Piromalli, accettano quasi immediatamente la proposta del condannato. Ora: non si è mai visto ne sentito (prima d’ora) che un condannato per associazione mafiosa, dopo aver espiato la pena, e dopo essere stato radiato dall’albo, chieda e ottenga di risarcire le parti civili in prestazioni professionali. Soprattutto se tali prestazioni sono da prestare alle amministrazioni, quelle di Gioia Tauro e Rosarno, che dal comportamento dello stesso Piromalli Gioacchino (l’avvocato) e dei suoi consociati si sono sentiti <<LESI ED OFFESI>>. Per fortuna, l’ormai ex avvocato Piromalli, nelle amministrazioni in questione non ci ha messo piede, solo perché il tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria, ha rigettato nel 2007 la richiesta dello stesso. La speranza, dettata dalle attività che la procura di Reggio Calabria, sotto l’egida del procuratore capo, Giuseppe Pignatone, è quella che forse, il pool antimafia, stia procedendo nella direzione giusta. Non mi stancherò mai di ripetere che, se a questa gente si toglie l’appoggio dei politici collusi, che rimettono il mandato elettorale nelle mani sporche dei clan ndranghetistici, gran parte del consenso, del potere, e della sicurezza che gli stessi politici infondono ai malavitosi, oltre al potere reale di condizionamento dell’intera popolazione, certamente comincerà a sgretolarsi, a venir meno. Quando non ci sarà più chi modifica un progetto di uno svincolo autostradale solo perché lo chiedono i mammasantissima di turno, quando non ci sarà più chi piazza nelle miriade di società miste, partecipate, e nelle strutture personali dei politici gli amici degli amici. Insomma quando non esisterà più il concetto che: “il compare di tuo compare è mio compare”, probabilmente allora questa terrà riuscirà a trovare la LIBERTA’. Solo allora i calabresi, forse, ritroveranno una dignità che, da ormai troppo tempo, sono disposti a calpestare, in sacrificio al “DON” e al politico di turno.

An.Mor

E verrà il giorno….

Tra la Turing Machine e il linguaggio Python, trovo il tempo e la voglia di scrivere poche righe. Qualcosa di significativo è successo in italia, e non mi riferisco al probabile fallimento di Alitalia, (mi riservo di scriverne in un post a parte). Francesco Pelle, meglio conosciuto come Ciccio Pakistan, è stato tratto in arresto in una clinica privata di Pavia. Data la sua condizione, (si trova costretto sulla sedia a rotelle dopo aver perso l’uso delle gambe durante un agguato nei suoi confronti da cui poi scaturì la strage di natale quando mori maria strangio e venne ferito un bambino di 5 anni) cercava cure adeguate a ridurre il danno agli arti inferiori. Probabilmente CIccio Pakistan, (soprannome legato al colore olivastro della pelle dello stesso) era probabilmente l’ultimo rampollo di ndrangheta che nella guerriglia di San Luca. Era un personaggio importante perchè aveva cementato con un matrimonio l’alleanza con gli “africoti”. Di questa guerra che ha lasciato sul selciato migliaia di morti, resta ancora latitante il solo Giovanni Stangio, accusato di essere l’esecutore materiale della strage di Duisburg. E qui la storia si complica, proprio perchè Strangio non sembra avere la stazza del Boss, del capo mafia. Forse con l’arresto di Francesco Pelle, si è inferto un colpo quasi mortale alle ndrine sanlucote. Forse, ma ancora pare prematuro, si potrà mettere la parola fine a una delle faide di ndrangheta tra le più cruente della storia. Ancora prima oltre 200 arresti tra Stati Uniti, messico e Italia aveva smantellato buona parte del traffico di cocaina che la ndrangheta dirige a livello mondiale. La difficile situazione Colombiana, aveva costretto i vari clan consorziati, a quanto pare, cordinati da Giuseppe Coluccio, arrestato poco tempo fa, nel suo prestigioso attico sul lago ontario a Toronto. Era lui secondo gli inquirenti, il trait d’union, tra le cosce joniche della ndrangheta, e il cartello del golfo messicano dei Los  Zetas, accusati di 2500 omicidi commessi in un solo anno. Che la ndrangheta controllasse il traffico internazionale di cocaina era cosa nota, sempre Nicola Gratteri aveva messo a segno un punto a favore dei magistrati con l’operazione Stupor Mundi. Anche qui, l’importanza dell’operazinoe è davverro fondamentale. Tanto da scomodarsi perfino, Dea, Ice ed FBI. Poi oggi mi imbatto in 2 articoli davvero interessanti. Sull’edizione online del CorSera, leggo che la Commissione Europea, ha chiesto alla Regione Calabria spiegazioni circa gli 8 milioni di euro che la stessa aveva ottenuto dall’UE. Fondi stanziati per il turismo, e la promozione, che però serviranno a sponsorizzare la parte buona della Calabria, in tutto il mondo. Proprio come quella che precedentemente, la stesa Regione Calabria, aveva trovato prima di questa della nazionale. Nessuno si ricorda della campagna “promozionale” commissionata ad Oliviero Toscani??? Intanto la Commissione Europea chiede tramite Danuta Hubner, la commissaria alla politica regionale, ha chiesto «all’autorità di gestione (alla Regione Calabria, ndr) di fornirle i dettagli delle operazioni contemplate nel programma operativo 2000-2006 e in quello 2007—2013 al fine di pronunciarsi sulla loro conformità ai programmi e sulla loro eventuale efficacia». Basta attendere ancora un pò e si saprà se il consiglio regionale più indagato del globo, verrà richiamato dalla Commissione. Sempre oggi, e sempre sullo stesso giornale, leggo di un problema al commisariato di Monza, un detenuto, in mancanza di una cella sicura, è stato ammanettato ad un palo. Da qualche parte si dovranno pur mettere, o si può lasciarli ammanettati al palo per tutta la vita. Allora via alla sistemazione. Un centinaio li abbiamo sistemati in parlamento, cosi, tra camera e senato se li sorbiscono gli assistenti parlamentari, e ci pensano loro a tenerli buoni li.  Una cinquantina li mandiamo al Consiglio Regionale della Calabria, e almeno per un pò , al palo, non ci ammanettiamo più nessuno. Al massimo continueremo noi, ad attaccarci allo stesso.

Reggio Calabria: La Cimice, Il Corvo e La Talpa.

«L’obiettivo non era spiare le mie indagini ma spiare il sottoscritto, trovare una frase, uno spunto per cercare di delegittimarmi. Ma potevano ascoltare quanto volevano, di modi per fottermi non ne troveranno mai». Reagisce cosi Nicola Gratteri, alla notizia della microspia trovata a seguito di un blitz dei ROS, in uno stanzino in uso proprio a Gratteri. Microspia ritrovata in mezzo a dei faldoni di carte cosi vecchie che non vengono mai controllate, spostate o toccate. Una portata di non oltre 20 metri, la distanza di uno sputo tra un corridoio e l’altro del centro direzionale. Chi ha avuto modo di entrare nei locali del cedir, non per forza in quelli che ospitano la procura, può tranquillamente nortare come ogni corridoio per piano è doppiato. Ovvero per recuperare box per ogni piano, si sono fatti 2 corridoi uguali, uno dirimpettaio dell’altro, separati da una fila di uffici. Non accade tutti i giorni che si spii un pubblico ministero nel suo ufficio. Che si seguano da vicino le sue mosse investigative. Che si anticipino le sue iniziative. Che magari le si vanifichi con accorte fughe di notizie. Non accade tutti i giorni che si sospetti che lo “spione” sia un magistrato della stessa procura della Repubblica. O un ufficiale di polizia giudiziaria. certo non tutti hanno libero accesso al sesto piano della torre
che ospita gli uffici della procura.Mancavano, poi, le lettere anonime che spargono accuse a tutti e tutto: compreso Gratteri, accusato dal «Corvo» di fare i soldi con il business delle intercettazioni, di essere legato da rapporti oscuri alle società che eseguono il lavoro per conto della Procura. Il “Corvo” definisce la procura reggina un letamaio, il peggior centro di potere deviato. Gli atti intanto sono giunti nella mattinata di oggi a Catanzaro, alla procura competente per le indagini. La cosa che , a modesto parere di chi scrive, risulta ancor peggiore del tantativo di spiare il lavoro della direzione distrettuale antimafia, o della presenza di una talpa all’interno di quella che più che una procura sembra uno zoo, è il processo di NORMALIZZAZIONE , che si crea attorno ad avvenimenti di questo tipo. Cosa c’è di strano se una microspia piazzata in un punto strategico , origlia , (non si sa cosa, non si sa per conto di chi) le conversazioni di un pm antimafia con i suoi più stretti collaboratori. Cosa c’è di strano nell’arresto di un paio di consiglieri regionali accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso, o di scambio elettorale politico mafioso, (articolo 416/bis e 416/ter del codice penale). Cosa c’è di strano se ormai da almeno 6 forse anche 7 anni, non passa notte che qualche virtuoso della benzina appicchi fuoco ad autovetture, o esercizi commerciali. Cosa c’è di strano se nottetempo altri virtuosi esplodono colpi di fucile le attività commerciali restie a pagare il pizzo. C’è di strano che la colpa è anche nostra, forse in parte maggiore di quanto non ammettiamo. E’ colpa nostra perchè non ci indignamo quando una cimice viene trovata in un ufficio della procura. E’ colpa nostra che non muoviamo un solo granello di sabbia in un deserto che, zeppo di cose sbagliate, toglie la voglia perfino di ribellarsi. Solo l’indignazione, può produrre la rabbia di chi vuole ribellarsi. Ma se non ci si indigna, se non ci si incazza, se non si prova vergogna per il fatto che la propria città, il futuro di un posto meraviglioso come Reggio Calabria si trovi nelle mani di un gruppo di cartelli criminali-politici, tanto vale gettare la spugna, e abbandonare il match. Oppure, si può lottare, ognuno con i propri mezzi, nelle proprie possibilità, per riprenderci quello che dovrebbe essere nostro di diritto. Una città, appartiene non solo a chi la vive, ma a chi la difende, a chi la cura, a chi lotta per essa. Ribellarsi per liberarsi. Prima che sia troppo tardi.

Pubblicato nel mese di aprile del 2008 su http://antoniomorelli.blogspot.com


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